Cosa sono

“Un’arma di distruzione di massa”. O almeno così li ha definiti Warren Buffet, fondatore del fondo di investimenti più grande al mondo.

Una affermazione non molto lontana dalla realtà, se si considera anche il fatto che dare una definizione “tipo” di contratto derivato sarebbe comunque errato, presentando ciascuna tipologia, e sono centinaia, caratteristiche proprie e peculiari.

Senza entrare nello specifico si può definire approssimativamente un contratto derivato come un contratto che discende, ed il cui valore deriva, da un altro rapporto giuridico (principale).

Ci saranno così contratti derivati con oggetto i tassi di interesse (elemento principale) oppure i tassi di cambio, o ancora ulteriori tipologie. Ci sono contratti di Swap, di Opzione o di Futures, a seconda dell’indice di riferimento e del modo di interagire con esso.

Per certi versi, la pratica comune conosce già da tempo immemore i contratti derivati (non finanziari). Si pensi ad esempio ad una sub-locazione o ad un contratto di sub-appalto o, ancora, il contratto pronti contro termine (simile come schema ad alcuni contratti definiti futures).

Nell’ambito finanziario, tuttavia, la questione muta, e anche trovare una definizione o una caratteristica comune dei prodotti derivati risulta una attività approssimativa ed insoddisfacente.

Per riprendere la definizione della CONSOB “i prodotti derivati si chiamano in questo modo perché il loro valore deriva dall’andamento del valore di una attività cosiddetta sottostante”.


A cosa servono

Tali strumenti sono utilizzati principalmente per tre finalità:

  • Copertura o hedging; ossia ridurre il rischio finanziario di un determinato portafogli (ad esempio agendo sui tassi di interesse o di cambio)
  • Speculazione: ossia assumere esposizioni rischiose per conseguire un profitto;
  • Arbitraggio: ossia conseguire profitti agendo attraverso transazioni combinate per cogliere eventuali differenze di valorizzazione

Perchè sono dannosi per l’impresa

I prodotti derivati sono stati ideati e strutturati dal mondo finanziario e bancario, e ad esso si rivolgono.

Infatti, considerata la loro complessità strutturale si risolvono in prodotti non adeguati alle esigenze economiche di una impresa, fatta eccezione per alcune multinazionali.

Tra costi di struttura e mancanza di modelli di pricing, di fatto, ciascuna azienda è soggetta alle condizioni dettate dall’intermediario finanziario, senza che la stessa possa utilmente analizzarne vantaggi e svantaggi; sia nell’immediato che per il futuro.

Le conseguenze di un derivato si risolvono, usualmente, in due distinti problemi:

  • Aumento dei flussi di cassa in uscita per far fronte a differenziali negativi
  • Diminuzione del merito creditizio dell’impresa secondo i canoni Basilea, che può sfociare nella mancata erogazione di affidamenti e finanziamenti o, cosa ben peggiore, in una revoca dei fidi.

Di fatto, al tavolo dei contratti derivati non ci si dovrebbe mai sedere.


Un esempio concreto

Per fare un esempio banale, si pensi ad un contratto di mutuo a tasso variabile cui la banca collega un contratto di Interest Rate Swap per fissare il tasso (solitamente l’Euribor).

La domanda deve sorgere immediata: a fronte di un prodotto complesso come l’IRS (peraltro abbastanza elementare in questo esempio), perché non sottoscrivere direttamente un mutuo a tasso fisso?

L’operatore spesso si prodiga per spiegare come “alla fine non cambia nulla”, omettendo di rappresentare, invece, come tra le due ipotesi le differenze siano enormi.

In primo luogo un contratto derivato prevede dei costi di struttura elevatissimi che l’intermediario si fa pagare, seppur in maniera occulta, elevando il tasso di interesse. Invero il pricing del derivato può arrivare a svariate decine di migliaia di Euro, non immediatamente percepibili in quanto consistono in maggiorazioni nei tassi e non in versamenti di moneta.

In secondo luogo, se uscire anticipatamente da un mutuo è abbastanza semplice (saldandolo, surrogandolo, sostituendolo), uscire da un contratto derivato spesso costa cifre non reperibili (il cosiddetto mark to market), creandosi così un vincolo insormontabile a rimanere nel debito a quelle condizioni.

In ultimo la contrattazione stessa prevede passaggi complessi come la sottoscrizione di un master agreement, una profilazione del cliente, un accordo sui modelli di pricing ecc… quasi mai intellegibili.