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L’unbundling

L’unbundling

Tra i doveri dell’intermediario si raffigurano, come affermato dal Tribunale di Milano con sentenza n. 2145 resa il 13 febbraio 2014, gli obblighi di “illustrare al cliente i rischi relativi allo specifico prodotto, ovvero:

i) scomporre il prodotto complesso nelle componenti elementari che giustificano l’esborso del finanziario sostenuto dal cliente per l’assunzione della posizione, con la quantificazione del fair value di ciascuna delle componenti derivative e dello strumento nel suo complesso;

ii) In presenza si strutture complesse produrre le risultanze di analisi di scenario di rendimenti da condursi mediante simulazioni effettuate secondo metodologie oggettive;

iv) esplicitare nel contratto il valore del derivato, gli eventuali costi impliciti, i criteri con cui determinare i costi di recesso o di sostituzione”;

Tali obblighi sono, peraltro, tipizzati nel Regolamento Consob 16190/07 che, pur avendo legittimato diversamente da quanto accadeva con il Reg. 11522/98 la possibilità di sottoscrivere con soggetti non qualificati contratti non par (salvo diverse disposizioni contrattuali), ha imposto agli intermediari la pratica del cd. unbundling , ossia la scomposizione delle componenti che concorrono al complessivo esborso finanziario sostenuto dal cliente “distinguendo fair value o applicando modelli teorici di pricing” (cfr. Comunicazione Consob n. 9019104 del 2009), evidenziandosi e comunicandosi così la presenza di costi o commissioni applicate.

Sul punto, giova considerare che la CONSOB, con comunicazione n. 9019104 del 2 marzo 2009, ha chiarito, in via interpretativa, che a garanzia della trasparenza delle operazioni in derivati, nella fase di proposizione dell’investimento, al cliente deve essere rappresentato il valore del prodotto finanziario ed il costo di estinzione anche al momento del perfezionamento del contratto, scomponendo le componenti che concorrono al costo complessivo per il cliente (cd. unbundling).

In aggiunta, precisa il punto 1.2 della citata comunicazione che “si raccomanda così in primo luogo di effettuare la scomposizione delle diverse componenti che concorrono al complessivo esborso finanziario sostenuto dal cliente per l’assunzione della posizione nel prodotto illiquido, distinguendo fair value (con separata indicazione per l’eventuale componente derivativa) e costi – anche a manifestazione differita – che gravano implicitamente o esplicitamente sul cliente. A quest’ultimo è fornita indicazione del valore di smobilizzo dell’investimento nell’istante immediatamente successivo alla transazione, ipotizzando una situazione di invarianza delle condizioni di mercato”.

Tutto ciò significa che se esiste, come di norma esiste, un valore negativo del derivato alla sottoscrizione, esso deve essere evidenziato al cliente; se invece tale aspetto è stato sottaciuto il cliente “dovrebbe presumere che il Mark to Market a quel momento sia pari a zero, come già prevedeva l’allegato 3 della delibera Consob 11522/98. Se così non fosse, infatti, oltre ad aversi una rilevante carenza di trasparenza nei confronti del cliente, la Banca si arricchirebbe di un valore negativo di cui è gravato il cliente, senza riconoscimento di alcun premio o compenso […] Ma ciò significa anche che il contratto parte squilibrato a favore dell’intermediario ed a sfavore del cliente che però ne resta inconsapevole” (così la recentissima sentenza del Tribunale di Parma, n. 582 del 21 aprile 2017).

…continua (prossima settimana)

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